Conferenza sul clima a Durban

Durban+38% di emissioni di gas serra dal 1990 al 2009. Un protocollo rispettato soltanto da un pugno di paesi. Un altro gruppo di nazioni in via di sviluppo e forte industrializzazione che non ha alcuna intenzione di fermare la sua crescita. Non nasce certo sotto una buona stella la conferenza annuale dell’ONU sul clima che si apre oggi a Durban, Sudafrica, e si concluderà il 9 dicembre prossimo. Gli obiettivi fissati nel 1997 a Kyoto son ben lungi dall’essere raggiunti e oggi molti paesi non sembrano disposti a firmare altri accordi vincolanti. Ma Durban, alla luce dei dati registrati dai climatologi, rischia di esser l’ultima spiaggia per salvare il pianeta. Un eccessivo aumento della temperatura potrebbe rivelarsi fatale per il globo.

Partiamo dai dati. Soltanto se le emissioni globali di gas serra si dimezzeranno rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050 si potrà avere un 50% di possibilità di contenere l’aumento della temperatura globale di 2 gradi, tetto oltre il quale i danni sarebbero irrimediabili. E per chi sostiene il falso mito che questo traguardo comporti una spesa insostenibile, l’Unep, il Programma Ambiente delle Nazioni Unite, ha pronta la risposta. Secondo lo scenario di riduzione nei vari settori (produzione di energia elettrica, trasporti, edilizia, agricoltura, rifiuti) elaborato dal programma dell’Onu, è scientificamente dimostrato che i tagli sono realizzabili non solo a costi contenuti, ma con meccanismi che porterebbero a ricadute positive sull’economia globale. Tra questi, il mercato del carbonio, che nel 2008 ha toccato quota 92 miliardi di euro per la compravendita di emissioni serra (i paesi che superano il limite consentito comprano “quote” da quelli che invece restano sotto tale cifra; in sostanza, inquinare poco comporta un notevole ritorno economico). Poi ci sono gli incentivi economici che i Paesi industrializzati, come ipotizzato alla conferenza sul clima di Cancun di un anno fa, dovrebbero stanziare per il trasferimento di tecnologie pulite ai Paesi in via di sviluppo, un impegno quantificabile in 30 miliardi di dollari nel periodo 2010-2012 e 100 miliardi di dollari l’anno fino al 2020. Il cosiddetto “Fondo verde per il clima” dovrebbe essere ratificato durante la COP17. Insomma, pian piano sta emergendo il costo occulto dell’inquinamento a fronte di un’energia pulita che ad oggi appare anche economica e proficua.

Ma le notizie positive finiscono qui. Il tempo stringe, e la conferenza di Durban, nel migliore dei casi, rappresenterà una fase di transizione. Infatti, soltanto l’Unione Europea ha rispettato gli accordi di Kyoto, per il resto il panorama è desolante. Colossi come Canada, Russia e Giappone hanno già annunciato che non intendono firmare un impegno per il periodo che si apre con il 2013. Per non parlare degli Stati Uniti, che un atto ormai storico di irresponsabilità non hanno mai sottoscritto alcun accordo vincolante sul clima. I Paesi di nuova industrializzazione del cosiddetto “Bric” e non solo, giocoforza responsabili dal 2008 della maggior parte delle emissioni serra, utilizzano la formula delle “responsabilità comuni ma differenziate” che in sostanza rinviano l’accettazione di ogni eventuale accordo. C’è poco da star allegri: dopo Copenaghen e Cancun, anche Durban minaccia di deludere le aspettative degli ambientalisti e di chi, con molto buon senso, si preoccupa della salute del pianeta. Gli effetti del global warming (+ 0,8 gradi rispetto all’era preindustriale) sono sotto gli occhi di tutti e anche noi, in Italia (vedi Genova e Messina), ne stiamo pagando tragicamente le conseguenze.

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